Domenica delle Palme

Carissimi, pur in questo tempo così drammatico e tragico, siamo invitati a vivere, per quanto possibile in pienezza (con la nostra preghiera, con la meditazione del Vangelo, con l’invocazione della salvezza per il mondo, con a carità), la Settimana Santa che ci immerge nel mistero della morte e risurrezione del Signore Gesù. Per questo vorrei soffermarmi con voi su alcuni aspetti, che fanno parte dell’antichissima tradizione cristiana e che magari noi abbiamo un po’ lasciato perdere.

1. La croce come via al cielo, strumento della salvezza estesa ad ogni tempo e spazio, all’intero cosmo. La croce veniva celebrata con un ricco simbolismo per celebrarne le lodi: disteso sulla croce , vista come il talamo nuziale, il Salvatore diviene lo sposo dell’umanità e quella sua morte, avvenuta tra cielo e terra, esprime visibilmente il mistero «nascosto nei secoli ed ora a noi rivelato» (Col 1,26). In un antico inno, contenuto in una omelia risalente probabilmente al secondo secolo, all’interno di una comunità cristiana dell’Asia Minore, la croce è vista come l’albero cosmico che unisce tutte le parti dell’universo: è l’albero che rovescia il cammino dei progenitori nell’Eden fatto di dolori e tribolazioni, ricongiungendo e unificando tutta l’opera di Dio:

Quell’albero della croce è per me una salvezza eterna. Di esso mi nutro, di esso mi sazio.
Per le sue radici affondo le mie radici, per i suoi rami mi espando,
della sua rugiada mi disseto, del suo spirito, come da un soffio delizioso sono fecondato.
Alla sua ombra ho piantato la tenda, mi sono riparato dalla calura estiva.
Per i suoi fiori io fiorisco e colgo liberamente i frutti fin dalle origini a me destinati.
A lui mi appoggio quando vacillo.
supporto del mondo intero, vincolo cosmico che tiene unita la instabile natura umana

(Sulla santa Pasqua).

2. Più tardi, nel quarto secolo, il grande san Gregorio di Nissa sviluppa meglio questo pensiero, aprendolo alla risurrezione: distendendosi sulla croce, Cristo mostra di essere colui che dà la vita a tutte le parti dell’universo, a tutto ciò che esiste; egli spiega che solo attraverso la morte sulla croce «Dio poteva offrire alla nostra natura il principio della risurrezione per mezzo del proprio corpo, risuscitando l’uomo intero con la sua potenza» (Grande Catechesi). Proprio per questo il Salvatore stringe e congiunge a sé l’universo, riunendo mediante la sua persona le diverse nature degli esseri in un’unica armonia. Dunque, tutta la creazione guarda a lui; anzi, tutti i frammenti dell’umanità vengono raccolti attorno al Risorto. Sempre nella Grande Catechesi scrive: «Si è sottoposto alla nascita per la volontà di richiamarci dalla morte alla vita. E poiché bisognava che di tutta intera la nostra natura avvenisse il richiamo dalla morte, Dio si è piegato sul nostro cadavere, tendendo per così dire la mano a colui che giaceva per terra; si è accostato alla morte fino ad assumere lo stato di cadavere e ad offrire alla natura, con il proprio corpo, il principio della risurrezione, risuscitando l’uomo intero con la sua potenza». La risurrezione del Signore  diventa così la vita rinnovata: per l’uomo e per il mondo intero. Per questo si guarda al Risorto con i sentimenti riportati in un altro inno (attribuito a san Gregorio di Nazianzo, del quarto secolo):
Tutte le cose che parlano e che non parlano ti cantano,

tutte le cose che pensano e che non pensano ti onorano,
e i desideri comuni come i dolori comuni attorno a te si raccolgono;
e tutto prega te, a te tutto canta un silenzioso inno… e verso te solo tutto insieme si slancia e di tutto sei tu il fine….

(Carmi dogmatici).

Carissimi, anche i nostri dolori comuni e desideri comuni in questo tempo di sofferenza si raccolgono attorno al Signore, crocifisso e risorto: noi ci affidiamo a Lui e, con noi, affidiamo il mondo intero.

Don Gianni