Per ogni cosa c’è il suo momento

Carissimi, ricordate certamente il bellissimo passo del libro di Qoèlet che incomincia con le parole: «Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo», e continua con quella famosa serie di contrapposizioni, come «C’è un tempo per nascere e un tempo per morire…. Un tempo per piangere e un tempo per ridere… un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci… un tempo per tacere e un tempo per parlare… un tempo per amare e un tempo per odiare» (ma conviene leggere bene tutto il brano: Qo 3,1-9). Stimolato da queste affermazioni provocatorie, mi sono chiesto: ma che tempo è, questo, per noi cristiani? Che sia un tempo difficile è chiaro a tutti; che sia un tempo in cui è necessario astenersi dagli abbracci, anche. È anche un tempo in cui si parla molto, anzi si urla e si grida, ad esempio contro il Governo per le decisioni prese nel tentativo di combattere e debellare il coronavirus (tra parentesi, quello che sta sulle spalle del Governo è un compito ingrato e difficile: credo si faccia presto a gridare, ma chi di noi vorrebbe trovarsi in una situazione del genere, con una responsabilità così pesante?). Per questo, allora, mi chiedo che tempo sia per noi cristiani quello che l’umanità vive. Mi do questa risposta: è un tempo per credere senza dubbi che siamo nelle “mani” del Signore; è un tempo per sperare, anche contro ogni speranza semplicemente umana; ma, soprattutto, è un tempo per amare. Questa è la testimonianza che siamo chiamati a dare, con semplicità e con forza, a un mondo che soffre e a una società, come la nostra, nella quale le persone in difficoltà aumentano sempre di più, anche a causa della pandemia e della conseguente perdita di lavoro per molti. E di questo aumento di sofferenza e di povertà ci danno continuamente notizia quegli osservatori privilegiati che sono la Caritas, la San Vincenzo, la Banca del Tempo libero e la stessa nostra parrocchia. Diventa significativo, allora, rendere concreto l’amore che il Signore Gesù ci chiama a vivere con quei gesti di attenzione, di partecipazione alle sofferenze altrui, di disponibilità a impegnarsi per il bene degli altri, che sono sempre stati una caratteristica del popolo cristiano in qualsiasi epoca e in qualsiasi tempo. Anche oggi, proprio in questo tempo di pandemia, siamo chiamati ad amare, cioè ad uscire da noi stessi per guardare alle necessità dei fratelli. Per questo intendo ringraziare quanti si sono dati da fare in questo tempo, o portando in chiesa o in canonica del cibo non deperibile che possa giovare ai fratelli e sorelle in difficoltà, o facendo pervenire al parroco delle offerte per le famiglie più bisognose. Sono cose semplici, verrebbe da dire “da poco”, ma sono segnali di un amore che passa, vincendo l’egoismo, in questi giorni così difficili. Grazie, dunque, a quanti danno testimonianza dell’amore del Signore che illumina la loro fede attraverso i tanti gesti di carità che portano un po’ di luce a chi non sa come affrontare la vita di ogni giorno. Don Gianni