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Di ritorno dal Pellegrinaggio in Terra Santa

Carissimi, da pochi giorni sono tornato dal pellegrinaggio in Terra Santa, che ha visto un numeroso gruppo di parrocchiani e amici camminare sulle strade di Israele e Palestina, seguendo le orme di Gesù. È stata un’esperienza bella e forte, che ci ha fato conoscere  la terra, nella quale Gesù, il Figlio di Dio, si è fatto uomo per portare agli uomini l’amore del Padre: una terra percorsa da pellegrini di tute le parti del mondo! E proprio quella presenza numerosissima ha spinto il nostro gruppo a difendere il desiderio di vivere con particolare attenzione e disponibilità la dimensione della preghiera, dell’ascolto della Parola di Dio (in particolare del Vangelo) e della celebrazione dell’Eucaristia. Ci sono stati momenti significativi, che ciascuno porta nel proprio cuore; io, personalmente, ricordo il momento di preghiera per gli sposi e per le famiglie e la rinnovazione delle promesse del battesimo sulle rive del fiume Giordano. Vi avevo promesso che avrei e avremmo pregato per la nostra parrocchia: vi posso assicurare che lo abbiamo fatto e che ogni giorno, nelle diverse tappe del nostro cammino di pellegrini, vi abbiamo ricordato e abbiamo consegnato al Signore quello che c’è nel cuore e nella vita di ciascuno di voi.

La Terra Santa è una terra di contraddizioni, bisogna proprio ammetterlo: a livello religioso, con i rapporti non sempre facili tra le varie confessioni cristiane, presenti nei diversi santuari; a livello di esperienza di fede e preghiera, con la confusione presente anche nei luoghi più sacri; a livello di convivenza tra diverse etnie, resa difficile (qualcuno dice impossibile) da un passato, anche recente, di violenza, di emarginazione e di paura. È stato quest’ultimo aspetto a colpirci in modo particolare: abbiamo visto città come Betlemme chiuse da un alto muro, segregate dal resto del territorio, con l’obbligo per i cittadini di affrontare continui controlli  anche solo per recarsi al lavoro nella vicina Gerusalemme… (questo ci ha fatto pensare a quanti errori sono sati fatti dalla politica, anche internazionale): una situazione per la quale si fa fatica a vedere una soluzione che rispetti i diritti umani e quindi la dignità di tutti, anche se, come ho sentito dire da qualcuno del luogo, si continua a sperare.

Speranza? Un grande segno di speranza è sicuramente dato dal Caritas Baby Hospital di Betlemme: una struttura ospedaliera aperta a tutti i bambini palestinesi, che noi pellegrini abbiamo visitato, guidati da suor Gemma, una suora elisabettina italiana, che lì lavora da undici anni, e con la quale abbiamo avuto un incontro, che ci ha fatto molto pensare (e che tutti noi pellegrini ringraziamo per la testimonianza precisa e di profonda partecipazione che ci ha dato). La notte di Natale del 1952 un sacerdote svizzero, padre Ernst Schnydrig, si stava recando alla messa nella basilica della Natività (a Betlemme) quando, passando vicino ad un campo profughi dei palestinesi costretti a lasciare i loro villaggi e le loro case in seguito alle vicende legate alla nascita dello stato d’Israele, incontrò un uomo palestinese che stava seppellendo il proprio figlioletto, morto per la mancanza di cure mediche di base. Da quell’incontro drammatico nacque il sogno di un ospedale aperto a tutti i bambini palestinesi: dapprima affittando due stanze, poi dando progressivamente vita a una struttura che oggi costituisce il Caritas Baby Hospital, le cui porte, ancor oggi, sono aperte ogni giorno senza interruzione per i bambini ammalati e per le loro mamme, indipendentemente da religione ed estrazione sociale. Questo ospedale è l’unico ospedale specializzato solo in pediatria in tutto il territorio della Cisgiordania, che ogni anno ha curato o accompagnato nella loro malattia circa 53.000 bambini, che hanno sempre avuto vicino le loro mamme. È anche un modello di integrazione tra culture e religioni diverse, nel contesto così difficile che è la Terra Santa: una realtà portatrice di speranza e di amore, al di là di ogni divisione e di ogni forma di esclusione e di odio. Essere stati pellegrini in Terra Santa significa, per noi, essere testimoni anche della bellezza e della grandezza di questo segno di autentica speranza.

Don Gianni