La fede in tempo di pandemia? Non si può spegnere...se lo vuoi

Carissimi, la solennità della Santa Pasqua è già trascorsa e oggi si conclude l’Ottava di Pasqua, vale a dire la settimana nella quale ogni giorno si celebra la risurrezione del Signore Gesù. Noi abbiamo vissuto questa settimana come abbiamo vissuto tutto il tempo di Quaresima, facendo della nostra fede la forza che ci ha permesso e ci permette di affrontare quest’epoca così difficile e tragica, che ha visto le sofferenze e la morte di tantissimi nostri fratelli e sorelle. La fede ci ha aiutato nel nostro quotidiano stare in casa, nel non poter incontrare i nostri cari e i nostri amici; la fede ci ha aiutato a capire che il Signore non ci abbandona, anzi proprio nelle situazioni più complesse ci sta vicino e ci aiuta a portare il peso della croce che questa pandemia sta mettendo sulle nostre spalle e sulle spalle di tutti gli uomini del mondo.

È vero che quelle che abbiamo vissuto sono state settimane di sacrificio: una vera penitenza! E adesso sembrerebbe di poter dire che i frutti sperati dai sacrifici non sono più tanto lontani: la diffusione del virus è rallentata in modo significativo e incominciamo a sognare e progettare una apertura graduale delle attività e delle possibilità quotidiane del nostro vivere dai primi di maggio… Anche solo pensare di fare una bella passeggiata, magari in una Venezia bellissima e deserta, come mi hanno mostrato le foto che amici della mia ex parrocchia di Santo Stefano continuano a inviarmi; anche pensare di… ciascuno di noi ha desideri forti nel suo cuore, a questo proposito! Ma, certo, dobbiamo continuare a stare attenti, a non cedere, perché il ritorno dell’aumento dei contagi è sempre possibile, come dimostra quanto sta avvenendo in Giappone, e sarebbe un vero delitto gettar via settimane di sacrifici!

Questo, naturalmente, vale anche per la vita della comunità cristiana: l’attenzione e il rigore che ci sono chiesti nascono dalla consapevolezza che non si può mai, a nessun livello, mettere a rischio la salute e quindi la vita degli altri. Non crediate che sia una soddisfazione per noi sacerdoti celebrare la santa messa da soli, in un Duomo vuoto e con le porte chiuse; è invece un sacrificio che porta a una preghiera ancora più intensa a favore della comunità parrocchiale e della nostra città; è un sacrificio che ha reso molti di voi ancora più sensibili e disponibili alla vita cristiana. Certo, si sente la mancanza soprattutto della santa messa e dell’Eucaristia, ma l’importante è rendersi conto che siamo chiamati a vivere eucaristicamente in tutta la nostra vita: ciò che è essenziale può quindi essere affrontato e vissuto in modo diverso, in modo nuovo: la preghiera in famiglia, compresa la preghiera ai pasti; la lettura paziente e accogliente, che diventa preghiera, della Parola di Dio; la possibilità di approfondire, nell’isolamento, il senso della comunità cristiana; il desiderio di farsi maggiormente presenti alla vita della parrocchia e della città; la possibilità di guardare, con partecipazione e amore, ai tanti fratelli e sorelle (famiglie comprese), che vivono in situazioni di emergenza economica e lavorativa (e qui voglio ringraziare quanti si sono resi presenti con la loro concreta solidarietà, e devo ringraziare anche gli assessori Simone Venturini e Giorgio d’Este, i quali, attraverso la Protezione Civile del Comune di Venezia, hanno offerto alla nostra parrocchia un considerevole numero di Kit di spesa, da dare a famiglie in difficoltà). La fede si riscopre attraverso tutto questo e ci prepara a vivere meglio, quando sarà concretamente possibile, la vita liturgica e la dimensione comunitaria. Che bello sarà vedere il Duomo pieno… non di gente anonima o di individui, ma di cristiani “più veri”, che hanno fatto tesoro dell’insegnamento della loro “penitenza”.

don Gianni